Un’astronave monolitica di cemento e acciaio alta come un palazzo di 7 piani, con vaste superfici per attività commerciali e parcheggi sotterranei per auto e pullman, inserita a forza in pieno centro abitato, sulla cintura dei viali che delimitano il centro storico di Parma. Un intervento che mira a stravolgere per sempre la fisionomia non solo del quartiere Cittadella, ma con ricadute che coinvolgono tutta la città.

Questo è il “grandioso” progetto di ampliamento dello stadio Tardini, depositato in Comune dal Parma Calcio a inizio settembre 2020 e mai reso pubblico, sulle cui vicende preoccupanti sarebbe bene riflettere.

Il progetto mai reso pubblico

Un impianto mastodontico, con un ingombro a terra di quasi 30.000 metri quadri, alto come un edificio di 7 piani e con un volume, vuoto per pieno, superiore a mezzo milione di metri cubi (pari a quello di 2 portaerei USA della classe Nimitz), che mira a deturpare irrimediabilmente città e paesaggio.

Un progetto che, dalle informazioni raccolte, prevede:

  • l’abbattimento dell’istituto comprensivo Puccini-Pezzani allo scopo di dare spazio funzionale allo stadio e di agevolare l’accesso dei tifosi;
  • un parcheggio con 2 piani interrati per quasi 300 auto e 3 pullman del club (!), con scavo esteso anche sotto a Piazzale Risorgimento che arriverebbe a pochi metri dal monumento del Petitot, a cui si accede attraverso una deturpante rampa di accesso di dimensioni abnormi (per consentire il transito dei pullman del club!) sul lato sud-est della piazza, all’inizio di Viale Partigiani d’Italia;
  • la demolizione e il rifacimento con copertura integrale delle tribune est, nord e sud, che avranno tutte la stessa altezza di 21,60 metri (allo stato attuale le tribune nord e sud, alla sommità della gradinata, sono alte 14,50 metri).
  • un nuovo corpo di fabbrica (denominato “Mall“) di 105 x 19 metri, alto come un edificio di 6 piani (18,30 metri), posto in corrispondenza del lato lungo della tribuna ovest (Petitot) verso Piazzale Risorgimento;
  • quasi 10.000 metri quadri di superfici per attività commerciali, ristorazione e servizi allo stadio;
  • l’utilizzo dello stadio anche per eventi non sportivi.

L’esclusione dei cittadini

Con una serie di annunci e proclami, iniziati a dicembre 2019, che hanno visto come unici protagonisti e interlocutori i vertici della Giunta e il Parma Calcio, si è proceduto per mesi e mesi con l’intendimento di promuovere un progetto così deturpante in assenza totale di un dibattito pubblico e senza rivelarne i contenuti alla cittadinanza, completamente esclusa da qualsiasi possibilità di esprimere un giudizio e intervenire.

Quando i cittadini, preoccupati per le conseguenze, hanno chiesto a gran voce di visionare il progetto, il vicesindaco Marco Bosi ha risposto che non poteva essere reso pubblico. Ben poteva invece la Giunta imporre regole di trasparenza – e non solo quelle – al privato promotore del progetto, come peraltro stabilisce l’art. 11 dello Statuto del Comune di Parma.

Una gestione non trasparente

Irrituale che i vertici della Giunta, in più occasioni, abbiano dichiarato il progetto “in linea con gli intendimenti dell’Amministrazione” prima ancora che ne fossero valutati l’interesse pubblico e la fattibilità nelle opportune sedi tecniche, determinando peraltro un clima non favorevole affinché i funzionari del Comune, chiamati a esaminarlo in una delicata procedura, potessero operare con serenità e senza condizionamenti.

Singolare la vicenda che a metà dicembre 2020, dopo il frettoloso avvio di una costosa quanto inopportuna – viste le circostanze dell’emergenza pandemia – istruttoria, ha portato al ritiro del progetto senza che ne siano mai stati chiariti i veri motivi. Fatto che parrebbe peraltro contraddire la dichiarata rilevanza pubblica dell’iniziativa.

Peculiare inoltre, che i vertici del Comune, anche dopo il “ritiro” del progetto, abbiano continuato a raccontare il futuro del Tardini in modo del tutto uguale a quanto fatto nei mesi precedenti, pur affermando che “il progetto non c’è”.

Questa Giunta appare talmente appiattita alle istanze di un singolo soggetto privato da aver addirittura organizzato, a partire da inizio gennaio 2021, una lunga serie di incontri istituzionali relativi all’ampliamento del Tardini con vari rappresentanti delle istituzioni e autorità locali (Comitati Civici di quartiere, Regione, Soprintendenza, Scuola, Gruppi del Consiglio comunale, Questore, Prefetto, ARPA, Vigili del Fuoco, etc.), invitando a partecipare esponenti della multinazionale Arcadis, che cura gli interessi del Parma Calcio, che per via del ritiro del progetto neppure può più considerarsi proponente ma soltanto, in ipotesi, aspirante proponente.

Quanto peraltro emerge dallo svolgimento di questi incontri è che per “fase di confronto” e “percorso partecipativo” si intende più che altro lo sforzo di comunicare ciò che si andrà a realizzare secondo un disegno prestabilito, emarginando le voci critiche e dissenzienti, dove la descrizione del progetto avviene in modo edulcorato e muta plasticamente, in un inverecondo gioco delle tre carte, a seconda dell’interlocutore. L’importante è dare un messaggio rassicurante senza mostrare come sarà il nuovo stadio, perché “il progetto non c’è”. Quando il progetto ci sarà e si potrà vedere, grazie alla “Legge Stadi”, sarà troppo tardi per fermarlo.

L’assenza di regole volte a tutelare il bene pubblico

Questa Giunta non si è minimamente preoccupata di aprire un dibattito pubblico preliminare a qualunque proposta o decisione sullo stadio Tardini, escludendo a priori e in modo dogmatico ipotesi diverse dall’intervenire sull’impianto nella sua attuale ubicazione.

Ha ignorato completamente il cospicuo patrimonio di competenze tecniche e di esperienze del Comune che ben avrebbe potuto effettuare una valutazione preliminare dei vari aspetti e criticità attinenti all’ampliamento, su cui definire un quadro di riferimento volto a garantire la tutela dell’interesse pubblico.

Tantomeno si è preoccupata di definire, in anticipo rispetto alla proposta progettuale di un soggetto privato, linee guida volte a tutelare l’interesse pubblico alla salvaguardia dell’ambiente, del paesaggio, della sicurezza e qualità della vita dei cittadini, né di garantire il rispetto di quanto stabilito dai tribunali in occasione dell’ampliamento del Tardini del 1991.

Le sentenze del Tribunale ignorate

È importante ricordare che, all’epoca e con sentenza definitiva, soccombenti il Comune e il Parma Calcio, il Tribunale Amministrativo di Parma osservò con esemplare chiarezza che la normativa sulla sicurezza degli stadi non consentiva l’ampliamento del Tardini poiché l’impianto è “chiuso in un perimetro continuo e totalmente immerso in pieno centro abitato”.

Quella normativa è tutt’ora vigente, pertanto non solo viene deliberatamente disattesa, ma per di più e in maniera pervicace si ritiene di poter intervenire sul patrimonio pubblico, abbattendo un intero plesso scolastico in piena efficienza, al fine di sopperire, comunque in maniera non adeguata, ai problemi di sicurezza dello stadio. Questi infatti si riproporrebbero puntualmente nelle vie di un quartiere a vocazione storicamente residenziale, inadatto in ogni modo a reggere in sicurezza lo stress urbano generato da un impianto sportivo di quelle dimensioni.

Del pari attuale e inascoltato è l’invito del 1998 dello stesso Tribunale Amministrativo a rimuovere le misure restrittive per cui a ogni evento sportivo si alzano gabbie metalliche inamovibili sulle strade, si ostacola l’accesso ai mezzi di soccorso, si limita fortemente la mobilità in una vasta area urbana e si impiegano straordinari e costosi spiegamenti di mezzi e forze dell’ordine, che non consentono, a chi non si reca allo stadio, l’esercizio degli elementari diritti di movimento in cui si sostanzia la qualità della vita.

La scuola abbattuta

Demolire una scuola efficiente e baricentrica per il suo quartiere al solo scopo di fare spazio allo stadio sarebbe un preoccupante segnale di sottomissione di questa Giunta a interessi che poco hanno a che fare con il bene comune e procurerebbe un ingiusto danno al patrimonio erariale della città. Danno ancora più grave visto che Parma vive da diversi anni in emergenza spazi scolastici e per sopperire il Comune deve affittarne di aggiuntivi a spese dei contribuenti.

E non si venga a dire che il nuovo plesso scolastico che sorgerà nell’area dell’ex Castelletto (tra via Zarotto e via Sidoli) è sostitutivo della scuola che la Giunta intende abbattere, perché prevede solo la media ed è concepito per essere baricentrico allo stradario dell’area periferica sud-est della città, la cui popolazione (e conseguente domanda di aule) si è fortemente accresciuta negli ultimi decenni. Quindi non certo per rimpiazzare la Puccini-Pezzani.

Un’etica rovesciata

Quello che si desume è che tale progetto di ampliamento, sia per l’ingiustificabile abbattimento di una scuola, sia per la destinazione a uso commerciale di vaste superfici, sia per l’aumento di volumetrie in vicinanza di beni vincolati, opera un radicale ribaltamento dell’ottica tesa al perseguimento del bene comune voluta da parmigiani benemeriti e lungimiranti come Ennio Tardini.

Infatti l’uso dello stadio come bene pubblico indisponibile destinato allo sport e allo svago si dissolve nel perseguimento delle strategie economico-commerciali di un singolo privato. Non è più lo stadio a doversi armonicamente inserire nella città, ma al contrario è il contesto urbano, le esigenze e capacità educative della scuola, la tutela del paesaggio e dell’ambiente, la sicurezza dei cittadini, la vivibilità e la stessa programmazione urbanistica e commerciale di un’intera città a dover far posto allo stadio così come voluto e programmato, in totale assenza di dibattito e di linee guida pubbliche, da un privato.

Tutto ciò è sconcertante e dimostra una concezione di Pubblica Amministrazione non conforme alla Costituzione e un’oscena quanto preoccupante confusione tra il concetto di bene pubblico e quello di interesse privato e tra il concetto di cittadino e quello di suddito.